Il ritorno alla normalità dopo il “carnevale della protesta”?
19 Ottobre 2026
di Roberto Cornelli, Professore di Criminologia, Università di Milano
“Carovita, guerriglia a Milano. Saccheggi in centro, 200 fermi. L'annuncio: "Ci saremo ogni sabato". Dalle proteste al caos urbano, feriti da entrambe le parti, oltre 200 fermati: l'80% è minorenne. Meloni convoca un vertice sull’ordine pubblico” (fonte: RaiNews.it, 19 ottobre 2026)
Dopo le manifestazioni contro il carovita dei più giovani sfociate in scontri con la polizia, saccheggi, feriti e fermi, arriva il lunedì, giornata del ritorno alla normalità dopo il “carnevale della protesta”. Uso il termine carnevale in senso tecnico: non per deridere o etichettare, ma per comprendere cosa stia accadendo.
Nel giorno dopo, lo sgomento di fronte alla violenza e ai disordini che hanno coinvolto molti minorenni segna l’urgenza di ricercare una possibilità di comprensione o anche solo una definizione di ciò che è accaduto e sta accadendo. Queste ricerche di senso mettono in gioco la nostra emotività, le nostre convinzioni e le nostre esperienze vissute in tempi più o meno lontani ed è spesso attorno a queste che ci arrovelliamo per capirci qualcosa. Ho provato, in queste ore, a fare una sintesi di alcune delle principali tesi che circolano tra social, media tradizionali, commenti di esperti, comunicati ufficiali e chiacchiere nei luoghi di lavoro o nei bar. Le interpretazioni, infatti, rimbalzano tra saperi esperti, rappresentazioni istituzionali e discorsi informali, alimentando quella folk criminology il cui rapporto con la criminologia ufficiale va indagato con sempre maggiore attenzione (si veda, per esempio, il bel libro di Simone Tuzza in tema di pop criminology).
Tesi dei baby guerriglieri. È la più semplice, perché coerente con l’immagine degli adolescenti veicolata negli ultimi anni (si pensi a espressioni come baby-gang, baby-killer, ma anche a eco-terroristi o eco-guerriglieri) e im-mediata nel legare la descrizione alla soluzione, senza porsi troppe domande: se sono solo baby guerriglieri non c’è altra via che usare il pungo di ferro, ampliando gli strumenti penali e di polizia preventiva nei loro confronti. È una tesi che, per la sua semplicità e immediatezza, trova spazio nei titoli dei giornali, è facilmente rappresentabile per immagini (basta un ragazzo incappucciato con del fumo intorno ed è già “vera”) ed è una risorsa formidabile per chi è chiamato a dimostrare di avere la soluzione pronta. Non è un caso che il Governo stia già pensando a introdurre anche per i minorenni il cd. fermo preventivo di polizia (già altamente problematico per gli adulti) e l’arresto in flagranza differita, proseguendo, in breve, il percorso di adultizzazione del sistema penale minorile già iniziato con il decreto Caivano. Non solo, è una tesi che più di altre consente agli adulti di allontanare da sé il problema, liberandosi da ogni responsabilità che pure, in qualche modo, sentono di avere. La teoria che sostiene questa tesi è rinvenibile in quella corrente di neo-punitivismo che si è affermata negli Stati Uniti degli anni Ottanta a partire dalla proposizione della scelta razionale come unico criterio di lettura del fenomeno criminale e della punizione come costo capace di annullare i benefici della commissione del reato.
Tesi della pentola a pressione. Secondo questa interpretazione, emozioni come la rabbia e la frustrazione legate alla percezione di assenza del futuro, l’insicurezza e le paure legate alla precarietà dell’esistenza, le tensioni rispetto a forme di discriminazione o abusi vissuti quotidianamente portano alcuni individui, quelli meno capaci di gestire e decomprimere questo carico emotivo, ad agire violenza come unica valvola di sfogo della tensione accumulata. Questa tesi, che porta a interrogarsi sull’emotività dei più giovani, spesso concependola come peculiare delle nuove generazioni, sulle responsabilità degli adulti di aver costruito una società in cui regnano frustrazione e angoscia ma anche di non essere stati capaci di costruire altri canali di espressione emotiva, è molto diffusa nei contesti socio-educativi e richiama da vicino le teorie criminologiche che lavorano sulla tensione: da quella classica della frustrazione-aggressività di Dollard e Miller del 1939, secondo cui l'aggressività è sempre la conseguenza di uno stato di frustrazione accumulata e non canalizzata, a quella più recente di Agnew del 1992 secondo cui la tensione si accumula quando una persona vive fallimenti personali, le vengono tolti stimoli positivi (come la fine di una relazione o la perdita del lavoro) o quando è sottoposta a stimoli nocivi (abusi, bullismo, forti pressioni sociali) e, in assenza di meccanismi di difesa sani, esplode, proprio come una pentola a pressione.
Tesi della rottura della cinghia di trasmissione. Questa tesi, decisamente più attenta alla questione politica, afferma che i giovani hanno sempre meno canali di comunicazione con chi prende le decisioni sulle loro vite per esprimere loro urgenze e aspirazioni; non essendo né ascoltati né coinvolti – ma, anzi, sempre più spesso compressi nelle loro libertà e nella loro vitalità quando non direttamente criminalizzati in termini generazionali ma anche su base etnica, di reddito o di residenza (centro-periferia) – non hanno altro modo di essere visti e riconosciuti se non attraverso modalità espressive tanto eclatanti quanto inconcludenti e, in definitiva, controproducenti. Questa tesi sembra richiamare le analisi delle trasformazione delle società post-industriali e neo-liberali nelle quali emerge spesso la metafora della rottura della cinghia di trasmissione per indicare la crisi degli organismi intermedi (come, solo per fare alcuni esempi non esaustivi: partiti, sindacati, famiglia, parrocchia) e più in generale della rappresentatività democratica a tutti i livelli che, nei fatti, fa venir meno le mediazioni collettive e produce una distanza incolmabile tra le istanze sociali e le strutture di potere. Il risultato è che, non incanalandosi in percorsi di rappresentanza codificati, queste istanze prendono strade più frammentate e individualistiche. Ovviamente, poi, quando le cinghie di trasmissione politiche e sociali si rompono, anche per via di una riduzione della spesa pubblica, lo Stato smette di governare il conflitto sociale attraverso l'inclusione o il welfare e delega questo compito interamente al sistema penale.
Nelle manifestazioni di questi giorni mi sembra, tuttavia, che ci siano delle questioni che sfuggono a queste due ultime tesi (quella della pentola a pressione e della rottura della cinghia di trasmissione) e che possono integrarle per avere una migliore comprensione di quanto sta accadendo.
La prima riguarda la rivendicazione “Ci saremo ogni sabato” che pone quanto accaduto non più semplicemente nel registro di un’esplosione emotiva improvvisa o di una forma comunicativa frammentaria e individualizzata, ma semmai – anche con un certo grado di emulazione delle manifestazioni degli studenti francesi – di modalità nuove di protesta collettiva, sia pure non ancora pienamente codificate in termini di auto-rappresentazione (chi siamo, cosa ci tiene insieme in piazza) e di comunicazione politica (cosa chiediamo, cosa vogliamo ottenere). In questo guado, anche le definizioni esterne (dei media, della politica, degli esperti, etc.) possono giocare un ruolo fondamentale nell’attivare percorsi di coscientizzazione anche in chiave politica; in loro assenza, le modalità di azione distruttiva o predatoria rischiano di diventare il collante principale per la costruzione di identità collettive altrimenti fragili e facilmente revocabili. Insomma, “distruggere e saccheggiare” può arrivare a sostituire la rivendicazione di misure contro il caro vita o per il miglioramento dei servizi educativi o di welfare, dando modo a quei giovani di riconoscersi in qualcosa che va oltre la propria individualità. È un rischio che si corre se la politicità della protesta viene negata.
Una seconda questione è legata, invece, all’aspetto carnevalesco della protesta, in cui si percepisce nei giovani un’effervescenza esaltante nel distruggere e saccheggiare. Il criminologo Mike Presdee in Cultural Criminology and the Carnival of Crime analizza il rapporto tra trasgressione, piacere e controllo sociale, utilizzando proprio la metafora del carnevale, periodo dell'anno in cui storicamente le regole sociali venivano temporaneamente sospese, le gerarchie si ribaltavano e i comportamenti proibiti venivano tollerati. Presdee sostiene che nella società contemporanea le persone mantengono un profondo bisogno di trasgressione, caos ed edonismo ("effervescenza collettiva") ma che, essendo gli spazi reali per celebrare il carnevale sempre più limitati socialmente e istituzionalmente, la spinta trasgressiva viene perlopiù canalizzata, individualizzata e mercificata attraverso l’industria dell'intrattenimento, che fa sempre più leva su violenza, macabro e perturbante per espandersi. Il punto, che spesso si tace per non aumentare lo sgomento, è che l’atto di trasgredire si accompagna a una complessità emotiva in cui il piacere gioca un ruolo per nulla secondario. I criminologi lo sanno, perché è uno degli scogli principali quando si progettano percorsi di risocializzazione.
Ora, l’industria dell’intrattenimento passa sempre di più dai social media, ma i social media sono diventati anche uno strumento di comunicazione peer-to-peer e luogo di nuove identità collettive, in cui la trasgressione è presente, anzi, è centrale proprio perché attrae followers. Affrontare fino in fondo gli sviluppi di questo aspetto carnevalesco dell’uso dei social, tanto nel guardare quanto nel produrre contenuti, penso sia utile per comprendere che certamente ci sono frustrazioni compresse e istanze non riconosciute, ma ci sono anche forme nuove di costruzione identitaria in cui la trasgressione non viene più incanalata e controllata dall’alto, ma circola in modo più orizzontale. Di fronte a questo scenario, temo che gli strumenti tradizionali del controllo formale non siano adeguati ma, anzi, entrino nel “gioco della trasgressione” alimentandola ulteriormente.
Già, ma se aumentare la repressione alimenta cortocircuiti pericolosi, che si fa? Nessuno ha la verità in tasca e può essere certo che quello che propone possa funzionare davvero. Bisogna andare per tentativi ma nella mia esperienza l’attivazione di momenti di dialogo e confronto rimane cruciale, nelle scuole, nel rapporto tra giovani e operatori di polizia, nelle famiglie. Di progetti sperimentati da attivare ce ne sono molti (per esempio le “scuole riparative”, che potrebbero allargare il proprio perimetro e affrontare queste “nuove” rotture del legame sociale), e occorre farlo in una “logica carnevalesca”, di sovvertimento di quelle regole sempre più rigide che vedono i minori come incapaci di relazionarsi perché alienati, inetti, sdraiati, passivi, disagiati, bulli, antisociali o “maranza”, dando anzitutto la voce a loro perché possano raccontarsi per come vogliono essere visti. Perché non sospendere le lezioni per qualche giorno per creare questa possibilità?
Dopo quanto successo in questi giorni, non può tornare tutto come prima, come se niente fosse, fino al prossimo sabato.
P.S.: c’è un’ulteriore tesi, che non ho voluto esplorare perché riguarda un tema di cui mi sono occupato molto, la gestione dell’ordine pubblico nelle manifestazioni di piazza. La definirei “tesi della circolarità della violenza” secondo la quale gli scontri di piazza sono tanto più probabili quanto più le pratiche di gestione dell’ordine pubblico s’irrigidiscono. Mi riprometto di discuterla in altro momento, partendo da una semplice domanda: cosa sarebbe accaduto se le forze di polizia fossero intervenute nelle strade del Sud Italia bloccate dagli autotrasportatori, caricando per disperderli e fermandone alcuni per poi contestare loro il reato di blocco stradale?