C'è sempre una pace possibile: la recensione di Gian Luigi Gatta a Ceretti e Cornelli
25 Giugno 2026
Pubblichiamo qui di seguito un testo già apparso sulla Rivista "Sistema Penale", scritto dal prof. Gian Luigi Gatta: "A proposito di A. Ceretti, R. Cornelli, Per una pace possibile. Responsabilità, giustizia e riparazione al tempo delle guerre (Feltrinelli, 2026)”.
1. Un libro sulla pace, scritto da due criminologi, potrebbe di primo acchito lasciare spiazzato il lettore penalista, che guarda alla criminologia come alla scienza che indaga “le cause della criminalità, delle modalità della sua prevenzione, del trattamento degli autori di reato e del controllo della criminalità nel suo complesso”[1]. Senonché Ceretti e Cornelli ci invitano a gettare “uno sguardo oltre” (è il titolo del primo capitolo del libro). Un oltre che non appartiene alla criminalità ordinaria, ma alla violenza generata da fratture o frammentazioni sociali interne a uno Stato (come ad es. nel caso della Colombia) o che ne coinvolgono due o più (come ad es. nelle vicende Russia-Ucraina e Israele-Palestina). La dimensione del libro è dunque quella della macro-criminologia, attenta a fenomeni che interessano violazioni dei diritti umani su larga scala, per i più diversi fattori di rottura sociale di natura politica, culturale, etnica, religiosa. L’idea che ci restituisce il volume, destinato al grande pubblico e per vocazione diretto ai decisori politici, è che dietro ai crimini contro l’umanità, dietro al diritto penale internazionale, c’è una riflessione criminologica, con la quale i penalisti hanno forse meno confidenza ma che ha sicura dignità scientifica ed importanza, specie in tempi di guerra e di crisi delle istituzioni che, nel mondo occidentale, hanno garantito a lungo condizioni di pace.
2. Il libro di Ceretti e Cornelli riflette sì sulle cause della guerra, ma è tutto teso a indicare la via per la pace. Si tratta, sotto questo profilo, di un contributo che si inserisce a pieno titolo in un altro genere letterario con i quale i penalisti non hanno consuetudine: i peace studies. E anche qui, di primo acchito, al penalista viene da chiedersi che contributo possano mai dare due criminologi alla ricerca di una via per la pace, in tempi di guerra. Leggendo il libro la risposta alla domanda emerge con tutta evidenza. I due criminologi milanesi, con una feconda prospettiva declinano infatti rispetto al tema della guerra e della pace le riflessioni, le esperienze e le conoscenze che hanno maturato nel corso degli anni quali studiosi, tra i più rinomati in Italia, di transitional justice e di restorative justice. Si tratta allora di uno studio sulle condizioni per la pace e il superamento dei conflitti, che si muove abilmente a cavallo tra discipline e saperi diversi – la (macro) criminologia, la sociologia, la filosofia, la scienza politica, l’etnografia, il diritto (penale) internazionale – valorizzando categorie e concetti della giustizia rinconciliativa.
3. Se il conflitto porta alla negazione dell’altro, alla perdita di responsabilità personale, all’allontanarsi e allo scontrarsi, il “circolo della violenza” vendicativa, che chiama violenza, può essere rotto – come insegnano le esperienze del Sud Africa e della Colombia – istituendo un soggetto e un luogo terzo, di incontro, di dialogo. Tutta la grammatica della giustizia di transizione della giustizia riparativa affiora come armamentario concettuale dalle pagine del volume e viene messa a frutto rispetto ai più diversi, attuali, conflitti nello scenario internazionale. Citando Amos Oz, quanto al ruolo che ciascuno può avere per creare percorsi di pace, “uscendo dalle paludi della guerra”, gli Autori ci ricordano che “l’unico movimento che possa aiutare le parti è quello di convergere verso un luogo terzo, ovvero il luogo del compromesso”. Ceretti e Cornelli, con ottimismo realista, sorretto da evidenze empiriche, ci dicono che “c’è sempre una pace possibile in ogni guerra e il compito di tutti, a maggior ragione di chi non ne è coinvolto personalmente, è di dare spazio, appigli, sostegni, a discorsi e pratiche che insinuino nei belligeranti ‘la scoperta’ che proseguire a combattere non li renderà più sicuri, ma solo più fragili perché più esposti alla violenza”.
4. La sfida per la pace, secondo Ceretti e Cornelli, è essenzialmente politica, e dalla politica bisogna partire per riscoprire la pace intesa non come mera assenza di guerra, ma come condizione di esistenza sociale e culturale, come “pacifismo prospettico”. Pagine particolarmente dense ripercorrono il pensiero di grandi filosofi e pensatori, come Lèvinas, per sottolineare come la pace richieda il riconoscimento dell’altro come persona, che si può e si deve guardare negli occhi, ascoltare e rispettare. Ecco tornare un’altra idea centrale nella giustizia riparativa: l’apertura di credito, che chi si sente vittima concede all’autore, presuppone “un’apertura etica…su cui innestare un progetto di convivenza e giustizia”. Presuppone, parafrasando Ricoeur, che “ciascuno è migliore delle proprie peggiori azioni”. La proposta di Ceretti e Cornelli per uscire dalle guerre è dunque di “partire dalla (re)istituzione di forme di convivenza che abbiano al centro delle loro fantasie costitutive la vita violata, la sua cura e la riparazione”. Non bisogna nascondere o negare la realtà delle atrocità commesse e degli errori, con una “mimesi bellica”, ma occorre guardare ai corpi violati e abbandonati, riconoscere la violenza compiuta e prendersi cura della sofferenza altrui. Occorre, nei rapporti sociali, ricercare il senso del limite: “porre dei limiti è esattamente il contrario di ogni progetto autoritario. E’ dare la possibilità di com-prendere nel proprio progetto di vita altre esistenze, quand’anche contrapposte, e di poterne vedere la dignità”.
5. Creare condizioni di pace è nell’interesse di tutti. Nel mezzo delle guerre, oggi più vicine di ieri ai confini nazionali, anche per via delle armi tecnologiche, la ‘paura’ che il male possa riguardare noi stessi è un fattore che può spingere verso la rottura del circolo della violenza, favorendo la pace attraverso l’incontro tra vittime e perpetratori: “non per raddoppiare il male subito e per rendere il colpo, ma per ritrovare il senso di una possibile coesione sociale”. Secondo gli Autori, la pace ha bisogno di un terzo che perda la dimensione della spada e della bilancia per potere “aprire spazi di riconoscimento dove chi soccombe non è più cosificato e chi prevale non è più l’unico a poter vivere”. Il che per i due criminologi non significa negare spazio alla giustizia penale, ma riconoscere che “la pace non è mai l’esito di un procedimento giudiziario: essa prende forma e sostanza all’interno di processi politici”. Di qui, concludono Ceretti e Cornelli, “l’esigenza di istituire, fin dai primi passi del percorso di fuoriuscita dalla guerra, forme di giustizia dell’incontro, dialogica, trasformativa e riparativa in cui ognuno /a, ma proprio ognuno/a, possa sentirsi parte di un progetto di transizione verso una società che va re-immaginata”. Per la pace serve che la politica – quella nobile e responsabile – si ispiri a istituzioni che si richiamino alle esperienze delle commissioni di verità (come quella sudafricana), ai paradigmi della giustizia riparativa e “a tutti quei luoghi che non dicano cosa fare, ma offrano tempi e luoghi dove restituire a ciascuno la dignità per poter essere di nuovo (o per la prima volta) parte attiva nella costruzione del proprio avvenire. E’ qui che si gioca il passaggio dalla mimesi bellica alla pace possibile”.
6. Per Ceretti e Cornelli, “la pace non è un punto di arrivo ma una tensione continua, imperfetta, un progetto in divenire”. È qualcosa che va istituito e curato ogni giorno, perché è “un campo in movimento” che “si costruisce e si demolisce nella quotidianità, giorno per giorno, attraverso parole, gesti, sguardi, discorsi, pratiche e politiche”. È qualcosa che, quando si ha, bisogna tenersi stretto e che, quando non si ha più, bisogna impegnarsi politicamente e culturalmente a recuperare. Gli strumenti non mancano, come l’esperienza insegna e come i due criminologi milanesi ci ricordano, con un bel saggio che dovrebbe essere letto da ogni costruttore di pace, piccolo o grande che sia, gettando lo sguardo oltre il pessimismo dell’attualità.
[1] Per questa definizione v. il comunicato stampa della Società Italiana di Criminologia del 31 marzo 2026 su criminologia e media intitolato “I criminologi mediatici non sono criminologi”.